Capitolo 11

Dalla schiena al cuore

«Non più fiero, ma grato. Aveva fatto ciò che noi umani rimandiamo per vite intere: aveva scelto di fidarsi.»

Alla fine di maggio, Margot era  una splendida cucciolotta e da lì a poco avrebbe compiuto cinque mesi.
Aperta e curiosa, sempre.
A tratti spavalda.
Tenera e risoluta insieme.
Una tosta, insomma.
Con Fede decidemmo di andare al mare con una coppia di amici.
Manco a dirlo, Margot era dei nostri.

Quando la situazione lo consentiva ‒ che fosse in campagna o, come in quel caso, su una grande spiaggia ancora poco frequentata in quel periodo della stagione ‒ la lasciavo libera di esplorare.
Marcata a vista da me, naturalmente.

A parte qualche deviazione, in linea di massima mi seguiva come una paperella segue la madre. Ogni tanto si lasciava distrarre da un odore particolarmente intrigante e, in quei casi, ritardava un po’ a tirar su la testa per controllare dove fossi. Nelle settimane precedenti, senza mai perderla davvero di vista, mi ero più volte nascosto. Il messaggio voleva essere chiaro: amica, se non controlli la mia posizione e ci perdiamo, è un problema.
Ed è tuo.
Non era esattamente così, ma mi bastava che lo credesse lei.
E infatti, in quei frangenti, non appena iniziava a guardarsi attorno smarrita, io la chiamavo e lei, dopo avermi individuato, sollevata si precipitava da me.

Federica, invece, non riusciva a trattenere l’apprensione.
Non poteva fare a meno di correrle dietro.
E lei, Margot, quel gioco lo adorava.
Lo avrebbe continuato per ore.

Era tarda mattinata, quella domenica di maggio.
Io decisi di fare il bagno. Margot, insieme a Fede e ai nostri amici, mi seguì fino alla riva.
E, come da manuale Golden, fu immediatamente rapita da tutta quell’acqua.

Iniziò una danza, una specie di nuoto sincronizzato all’asciutto. La coppia formata dalla risacca e da Margot si muoveva in perfetta armonia. All’avanzare fluido dell’una corrispondeva il goffo indietreggiare dell’altra.
Un dialogo. Un respiro. Pronte a scambiarsi i ruoli ‒ inseguito e inseguitore ‒ per assecondare il ritmo del mare.

Avanti, indietro. Avanti, indietro…

Non era pronta.
Non ancora.
Come noi, precedentemente, anche lei si trovava a fare i conti con le sue resistenze.
Frenata da un: «Vorrei, ma non è il momento. Non ora. Non subito.»
Un bel trio di resistenti cronici.

L’acqua era ancora freddina: dopo una decina di bracciate verso il largo, invertii la rotta e tornai a riva.
A un paio di metri dalla spiaggia smisi di nuotare. Le braccia lungo i fianchi, la testa immersa.
Mi lasciai andare, trasportato dall’abbrivio e dalla risacca.
Fu lì.
Lo sentii.
Uno zampettio disordinato sulla schiena.
Poi si quietò, appena trovò un punto fermo.
Margot.
Sulla mia schiena.
In acqua. Con me.

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Mi piacque da morire.

Federica, con gli occhi lucidi, mi disse: «Più ti avvicinavi alla riva, più Margot diventava audace.»

Mi spiegò del suo indietreggiare alla risacca sempre più restio, e del suo inseguirla sempre più profondo.
Fino al punto di rottura.

Un brivido.

Mi riempì il petto di gioia. E non sapevo ancora quanta, di quella gioia, ci saremmo regalati in futuro. 🐾🐾👣
Quante altre volte insieme in quell’elemento che ci apparteneva, che ci chiamava, che ci curava.

Grande, piccola Margot.

Noi trasciniamo i nostri «non è il momento» per intere esistenze.
Il tuo «non è il momento» è resistito il tempo di qualche bracciata.

Piccola, grande Margot, una volta mi hai chiesto rispetto.
Oggi ne sono pervaso.
Inondato.
Travolto.

Il trio si sciolse.
La resistenza cronica tornava a essere affare da gestire in coppia.
Ognuno coi suoi timori.
Eravamo ancora una coppia, Fede e io.
Una coppia più Margot.
Una coppia che iniziava a intuire chi avrebbe insegnato a chi.
Una coppia che, da lì in avanti, avrebbe lavorato per farsi riaccogliere nel trio.

Alle condizioni del trio.

Cinofilosofeggiamo un momento
A volte, ciò che pensiamo di dover insegnare può dissolversi in un istante.
Restare accanto, senza risposte.
Restare presenti, anche quando non c’è nulla da fare

Restare testimoni di una fragilità che non si può aggiustare, ma solo at-
traversare insieme.

Forse, la fiducia si costruisce anche così: non solo nei gesti che guidano, ma
in quelli che semplicemente accompagnano.
Non sempre per proteggere.
Non sempre per guarire.
A volte solo per dire, silenziosamente: «Io ci sono».

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… non sapevo ancora quanta, di quella gioia, ci saremmo regalati in futuro.

Domande frequenti